Milano 1910, emergenza lavoro. Umberto Boccioni finisce all’Umanitaria, guarda un po’, perché vuole dipingere su un enorme “telone” (così lo chiama il Segretario generale dell’Ente milanese, Augusto Osimo) l’immane sforzo dei lavoratori e degli operai.
Ma la casa di Boccioni è piccola, è un appartamento che divide con la madre; dalla finestra di quel appartamento Umberto vede i prati ma vede anche le fabbriche, ormai addossate alla città con il via-vai dei lavoratori.
Dopo aver visto le opere del Previati (forse in particolare “Il Carro del sole”) cerca un luogo adatto al suo progetto; e con il luogo trova anche l’ambiente giusto, come dicevamo, trova la filantropia d’avanguardia della Società Umanitaria.
Mentre dipinge una delle opere più importanti del ‘900 a livello mondiale in uno spazio al piano terreno adiacente al Chiostro dei Glicini, il giovane artista parla, scambia, incontra.
E tutti i giorni vede passare una donna. E’ Alessandrina Ravizza anima instancabile della “Casa di Lavoro”: un progetto che la santa anarchica porta avanti in Umanitaria per instradare i diseredati e i disperati – e disperate soprattutto – a trovare la forza di risollevarsi e riconquistare l’umana dignità.

    Qui l’articolo uscito su MyUrby

Con istinto socialista, Boccioni dà luogo a un progetto fondamentale per la storia dell’arte italiana e non solo e lo fa per raccogliere fondi proprio per la Casa di Lavoro, proprio per l’Umanitaria. Intanto il “telone” è quasi finito e il titolo che Boccioni ha in testa è chiaro e coerente, quell’enorme quadro si chiamerà “Il lavoro”; per chi non lo sapesse questo capolavoro assoluto è visibile oggi al MoMA di New York con il titolo “The City Rises”.
Ma torniamo al progetto che ha in mente Boccioni: si tratta mettere in opera la “Prima Esposizione d’Arte Libera” dove il 1° maggio (Festa dei Lavoratori) 1911 nei padiglioni Ricordi, siti presumibilmente nella zona dove ora sorge ora il Palazzo di Giustizia, saranno presenti oltre 800 espositori e si terrà la prima collettiva in assoluto di pittori futuristi.

ggi al MoMA
Ebbene sì; i futuristi erano socialisti, e l’impianto creativo del capolavoro boccioniano “La città che sale” ne è prova visiva lampante, non basta certo cambiare il titolo a un dipinto (fu Marinetti a suggerire appunto a Boccioni il più pubblicitario e salottiero “La ville qui monte”).
La lettera invito all’esposizione è un vero e proprio manifesto di intenti; lo firmano con Umberto Boccioni, Carlo Dalmazzo Carrà, Alessandro Mazzucotelli, Guido Mazzocchi, Ugo Nebbia e Giovanni Rocco; l’invito è spedito su carta intestata della casa di lavoro della società Umanitaria…
Questa scoperta è frutto di anni di ostinate ricerche documentali di Francesco Oppi che grazie, di nuovo alla Società Umanitaria, è stato invitato a pubblicarne relazione in un saggio dedicato sul volume “Alessandrina Ravizza la Signora dei disperati” curato da Giuliana Nuvoli e Claudio A. Colombo.

Per il ciclo di appuntamenti d’Arte e Cultura “Incontriamoci al GUADO”, lunedì 22 febbraio 2021 in diretta su @cascinaguado ne parla Francesco Oppi con il dott. Claudio A. Colombo, responsabile dell’Archivio Storico della Società Umanitaria e con la professoressa Paola Signorino, Storica dell’Università Milano Bicocca. Modera Franco Manzoni, critico letterario del Corriere della sera.
#Goc69Tv

Qui il saggio completo di Francesco Oppi ©
Boccioni e Alessandrina. La Milano che sale.
La prima Esposizione d’Arte Libera in Italia

in “Alessandrina Ravizza. La signora dei disperati” a cura di Giuliana Nuvoli e Claudio A. Colombo.
(coedizioone Raccolto/Guado-Società Umanitaria) 320 pagg. euro 15,00.

 

 

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