Urgente/Bianco – alcune poesie di Francesco Oppi

Urgente/Bianco è una raccolta di poesie di Francesco Oppi stampata nell’ottobre MMXVII in una edizione curata dall’artista stesso che ha realizzato a mano le 25 copertine differenti “in occasione della riapertura dello studio del Guado con la fervida assenza del caro Franco Manzoni e la presenza scialba, sul divano di casa d’altri, della molle poetessa straniera. E il pensiero va di nuovo alla potenza della poesia del Poieo“…

molle poetessa straniera

Pallido al sole
solitario reale
scacci col sale
un granello di lingua
che vuole l’arancia.
Ti stacco le ali così
non stacchi dal suolo
le putride idee
che arrugginiscono
il mondo.
Lobotomizzati,
aromatizzati eleganti
camminano sulle città,
arringano i paesi attoniti
portando in grembo
la loro sconfitta
eterna.


Cracked Sun 58° F 46° parallel *

Nel cielo, umido e azzurro.
Senti fresco,
senza esser troppo vestito.

Solo; i colori dei mondi
alla malinconia spendi.

Poi devi ritrascinarti.


Orizzontale
il leone all’orizzonte
risulta piatto e incolore,
le zampe
hanno già lasciato il passo,
e la ferita che trae il sangue
distrae;
e così il tempo,
di lontano,
non vede l’ora
per disegnare
un fiotto rosso
verticale.


Appeso alle palpebre
il sonno della vita
pulsa infermo.
Dei giorni quiete intatta
riafferma l’attesa
e si rapprende
alle mani che tremano.


all’Italia (2013)

I
Levare il tempo
passar clessidre
brevi granelli gravi
veder scendere e salire
cronologicament’eterno.

II
Nero colonnello
imbacuccato.
Lingua taglia l’Africa
calda;
t’attaccano diamanti
a dorso di serpente
sulla mano.

III
Dal carcere
sale giustizia nuda
tra sbarre trasparenti.
Finisci.
Finisce tutto
in una foto tumefatta
per parenti.

IV
Corpo di Mille corpi.
Mille e non più mille…
Sapore di pizza e sangue.
Al pascolo già senz’erba
si fan carnivore le bestie.


Tra le gambe cosa avete (amaro gioco in versi del 2015)

S’è qui Italia
“equa” resta con il ricco
e a noi pretende
umiliazione
Da quel vetro antiproiettile
spesso come un dolore
spara
negli occhi della gente
che resta muta
Ecco i fanti a domandare
“la sua situazione”
a terminali sterminati
di lucida frode
Tra le gambe cosa avete
tra le ossa cosa batte
e nel cranio
è tutto molle
La vergogna
non vi abbasta
perché suppone
altra partenza
ma voi partenza non avete
e, devo dirlo,
nemmeno arrivo
perché
Italia è qui
e non da voi
dietro al vetro
con Mammona
che vi lecca


Skizo Chobach (per Claudio Costa e Andrés) *

Dal deserto
venuto sei.
Sette volte ti ho guardato.
Come l’ubriaco,
il pazzo,
il colpito,
ho suonato.
Sul loro strumento,
il nobile strumento nero… y blanco.
Legni, ferri, ossa; mischiati a caso
hai composto; ho ricomposto.
Il Big Bang: un caso?
Arte fuori arte, fuori arti.
Saltellano le dita incontrollate,
sorridendo sui maestri.

* da “Approach. un altro Raccoto” (progetto in musica e parole – 2007/2008 Raccolto Ed. 2008)


a mio padre (2012)

Meridiano;
sulle tue spalle
a guardare le oche
nello sperone
lambente un guado
chiari ricordo
gli occhi tuoi nei miei,
di padre in figlio,
nell’immagine e nel sogno;
anima dell’anima mia.
Fragile proseguo tra fragili.
Sculture di gesso
si fanno avanti
prepotenti
ma non potenti.
Ricado in te;
alzando lo sguardo alla vita,
ricapitolando l’amore
preparo l’acqua
a nuovi fiori.


all’Amore (2015)

Apri lo spazio che ho intorno
generando tempo nuovo;
dal battito ai passi ossigeni,
attraversi e mi ricambi l’anima
passando dagli occhi alle mani,
dal seno alla pancia fino al cuore,
e poi torno alla dolcezza di uno sguardo
per aprire a te il tempo nuovo.


10.000 morti
una sola bestemmia.

Doppia corrente di Gibraltar,
sopra e sotto,
si entra; e poi,
si esce liquidati
anche nei 12 metri di Clysma**.

10.000 volti
una razza.

Doppia corrente
arena e camuna.
Oggi in Mediterraneo
è scacco matto
e noi
… baciamo le mani.

**Suez


a Franco Manzoni (2013)

Franco e leggero
sull’orlo della cellulosa
segni passi
in bilico
liriche al corriere
cronache dell’anima;
ricomponi aurore
volando tra le carte,
atomo d’amori,
rifondi le scritture
per sentire.


Col vecchio di Jakarta (2018)

Quante mani tra scatole di compensato e lamiera
tracciano chiare le parentesi d’un’esistenza bruciata.
Sono braccia incatenate a scorrere sui binari di mercurio.
Sono vagoni di polvere, caldo umido, e puzza di gasolio.
Non si vedono da stazioni di pensieri piombati.
E allora, occhi stretti da congiuntive infette
disegnano palazzi di cemento
a distruggere frananti i porti della vita.

Ma i bambini hanno gli occhi forti.
Sono quella grande schiena
che solcherà la terra vergando il mare.
Sono il metallo caldo che sconvolge gli elementi
e fa soffiare forte il vento del mondo.

Facendo leva sul futuro,
tra Sunda Kelapa e Lombok,
abbiamo capito dove poggiare il fulcro.


Bianco (1991)

Bianco, forte muro di carta,
Bianco
che sfuma nebuloso,
al di qua
e al di là,
morbido silenzio stereo.
Si fa denso il diaframma bianco
verso il “romantico dramma”
spinto dal tempo
nella nebbia che sorride
al di qua;
E al di là, silenzio, e visioni.
è punto preciso,
il bianco,
nello spazio del mio tempo futuro,
punto finale e accecante,
accidente mostruoso dell’essere:
tre dimensioni di spazio bianco
irraggiunto e silenzioso,
bruciano,
come il gelo dei cristalli bui,
gli effetti della mia primavera.


Nerone

Ti hanno tolto tutto il male da dentro
Nerone.
Sei bravo Nerone.

Sei prima e sei dopo.

In dote un cristallo nero
anelito roco respiro d’affetto,
insegni da dentro
e il cuore si gonfia
di sangue di china

equilibrista

al centro delle mie anime impasti dolcezza
e sorridi con occhi serpenti a quel male
che lasci annichilito
offrendo un gran nulla che, da solo, è tutto

linea d’orizzonte, qui e pure oltre la linea

sai,
chiudo le palpebre come fossi un gatto
o come tu fossi uomo
per togliere sempre quel male
che sfonda la carne
dietro i nostri cristalli oramai verdi per sempre

(a Nerone – 5/2021)